Libro “L’eurocasta italiana” di Alessandri Caprettini
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Sono i più pagati di tutti. Specialisti in trucchetti, impareggiabili nell’arte della cresta. Con un calendario lavorativo per nulla oneroso, dovrebbero baciare il proprio scranno: invece sono fantasmi, di gran lunga i più assenteisti. Orgogliosi esponenti del “du iù spic inglisc”, ignorano – tranne isolate eccezioni – le lingue straniere, e così riescono a combinare poco o nulla con i colleghi di altre nazioni. E mentre gli altri restano fedeli al mandato, i nostri sono celebri per le transumanze (alcuni hanno cambiato perfino quattro gruppi in una sola legislatura), e appena possono optano per la diser-zione. La metà di loro se n’è andata prima della scadenza della legislatura. Inaffidabili, traducono a Strasburgo e Bruxelles. E per di più, spesso, collezionisti di gaffes.
È la fotografia dei nostri europarlamentari. Una fotografia assolutamente documentata, grandangolo puntato sullo spicchio tricolore di un’istituzione in cui dagli altri paesi si inviano ingegneri, giuri-sti, scienziati, mentre noi preferiamo soubrettes, politici bolliti, eterni ripescati. Per fare dell’euro-parlamento un palcoscenico su cui riproporre il teatrino italiano.
Logico che poi si finisca tagliati fuori dai giochi, a primeggiare soprattutto nella classifica delle infrazioni delle direttive comunitarie e delle frodi sui fondi UE.
Dopo un’attenta disamina, se l’Europa non ci capisce, l’Europa condanna, l’Europa non ci ascolta, se l’Italia fatica a incidere là dove si decide il suo futuro, non c’è che una spiegazione: è colpa nostra.
